L’epidemia del rifiuto genitoriale: rapporto genitore/figlio.

Il rifiuto genitoriale si può definire come quella condotta messa in atto dal figlio (più o meno consapevole), il quale, sulla base di innumerevoli dati e fattori, decide di limitare o eliminare il proprio rapporto con un genitore.
Tale fenomeno tuttavia non può essere ricondotto ad una sola manifestazione ma si estrinseca in modi e tempi differenti in base alle caratteristiche del nucleo familiare e del minore coinvolto.
Il rifiuto genitoriale sorge in generale da condotte genitoriali che conducono il figlio ad assumere un certo comportamento, tali condotte vengono distinte in “dirette” ed “indirette”.
Nel caso di condotte c.d. “dirette”, in una situazione di alta conflittualità, un genitore denigra apertamente l’altro, alla presenza del figlio, il quale si trova pertanto, nel rispetto del c.d. “patto di lealtà”, a decidere di estromettere il genitore denigrato.
Nell’ambito delle condotte “indirette”, seppur il genitore si astenga dalla denigrazione esplicita dell’altro, è direttamente il figlio a prendere le parti di un solo genitore, schierandosi contro l’altro.
Alla luce di quanto brevemente esposto e preso atto dello spiacevole incremento della manifestazione del fenomeno legato al rifiuto, si può certamente affermare come il miglior metodo di ostacolo all’insorgere del rifiuto genitoriale sia l’impegno di ciascun genitore a costruire un rapporto continuativo e profondo con il figlio, basato sul dialogo, sin dalla nascita.
Da ultimo si sottolinea, come, nel caso in cui ci si trovi ad affrontare tale scenario, possa rivelarsi utile rivolgersi ad operatori che, per deformazione professionale, riescono ad entrare adeguatamente in relazione con il minore coinvolto (tra i quali si menzionano principalmente: psicologi, psicoterapeuti, neuropsichiatri infantili, assistenti sociali e terapisti familiari).

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